Il senso del dono dei libri alla Biblioteca consiste nel mettere a disposizione della cittadinanza una piccola luce di cultura, perché io credo che le sole due trincee da cui si possa combattere la degradazione del costume siano le aule scolastiche e le sale di una biblioteca. (Gesualdo Bufalino)
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17 febbraio 2024
7 maggio 2022
8 ottobre 2018
Il Crocifisso della chiesa di Santa Maria a Pietraperzia
OFFICINA SICILIANA
a cura di Paolo Russo
a cura di Paolo Russo
editrice MAGIKA
Il Cristo "appassionato" dei Riformati di Pietraperzia
Originario di Petralia Soprana, un piccolo paese arroccato sulle Madonie, il frate scultore, al secolo Giovanni Pintorno1, scolpì «molte Figure di Christo appassionato, e della Vergine», come ricordava nella seconda metà del secolo il suo "biografo", laico francescano anch'egli, Pietro Tognoletto.Egli fu autore tra il terzo e il quarto decennio del Seicento di un nuovo tipo di crocifisso ligneo per la pietà e la devozione destinato a larga e duratura fortuna, e consistente, in buona sostanza, nella rielaborazione moderna, a partire cioè dal modello corrente del crocifisso della "maniera", del tipo del crocifisso medievale appartenente alla tradizione dell'ordine.
Del crocifisso manierista trattiene i caratteri dell'elegante complessione del Cristo, dall'accurato naturalismo della anatomia della figura, resa con sorvegliato disegno del corpo e della muscolatura.
Del cosiddetto "crocifisso gotico doloroso" il modello pintorniano reinventa i motivi esteriori, crudamente realistici, della rappresentazione, con una interpretazione marcatamente patetica dell'immagine del Cristo crocifisso, caratterizzata dalla scoperta ostentazione dei segni del martirio e dall'esasperazione descrittiva degli "accessori pietistici" (quali ferite, piaghe, sangue che scorre a fiotti irrorando il "bel" corpo del Cristo, o che si rapprende in grumi dalla evidenza plastica).
Una insistenza sui motivi "dolorosi" della passione di Cristo di cui è provato il rapporto con la letteratura mistica ed ascetica medievale che incontrò una rinnovata fortuna nell'età della Controriforma, e specificamente in ambito francescano riformato, dove è documentata la lettura di autori come Santa Brigida e le sue Rivelazioni, o lo Pseudo Bonaventura, e le Meditazioni ad esso attribuite2.
Ancorché non figuri nell'elenco delle «trentatré immagini del Crocifisso di legno, le quali tutte operano miracoli» scolpite da Frate Umile, stilato dal Tognoletto3, il Crocifisso della chiesa di Santa Maria di Gesù dei frati minori osservanti della riforma di Pietraperzia, è stato attribuito dalla tradizione locale allo scultore francescano (figg. 12-13 e tavv. V-VI).
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| 12. Crocifisso. Pietraperzia, chiesa di Santa Maria di Gesù |
Sul Crocifisso invero non disponiamo di molte notizie. Certamente la sua realizzazione è successiva allo stabilimento dell'ordine in città, intorno al 1636 secondo le cronache e la storiografia più antica, anno di fondazione del convento, pochi anni prima la scomparsa dello scultore (1639), su iniziativa di due nobildonne palermitane naturalizzatesi a Pietraperzia, le sorelle Francesca e Maria Santigliano (spose rispettivamente di don Giovanni Bonet, governatore di Pietraperzia, e don Gaspare Rignone).
La testimonianza fin qui più antica sul Crocifisso è rappresentata dalla Relazione critico-storica di un frate di quel convento, padre Dionigi di Pietraperzia, pubblicata nella seconda metà del Settecento, nella quale si ricorda che nella cappella appartenente alla compagnia del preziosissimo Sangue di Cristo «... si adora un Vener. Crocifisso, scolpito, come dicono per le mani del Santo Frate Umile da Patralia»4.
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| 13. Crocifisso (particolare). Pietraperzia, chiesa di Santa Maria di Gesù |
E sotto tale paternità, seppure dubitativamente, il Crocifisso di Pietraperzia è stato considerato generalmente dalla letteratura successiva5. Di fatto, sebbene l'autografia pintorniana sia decisamente da scartare, il Crocifisso di Pietraperzia può senz'altro collegarsi alla propaggine Più tarda della famiglia di crocifissi lignei prodotti in Sicilia nel corso del Seicento per la devozione nelle chiese dell'ordine, spesso opera degli stessi frati scultori, tra i quali si distinse giustappunto la figura di Frate Umile, cui sono stati ricondotti numerosi crocifissi disseminati in tutta la Sicilia e anche oltre i confini regionali. Il Crocifisso mostra di condividere la stessa cultura figurativa delle creazioni di Frate Umile, largamente rappresentata nel territorio della provincia ennese dai crocifissi, verosimilmente autografi, di Agira (chiesa di Santa Maria Latina), Cerami (chiesa del Carmine - fig. 14) e Aidone (chiesa di Sant'Anna); e, in stretta contiguità con questi, dai meno certi Crocifissi di Enna (Montesalvo), Piazza Armerina (chiesa di San Pietro) e Gagliano Castelferrato (chiesa di Santa Maria di Gesù)6.
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| 14. Frate Umile da Petralia, Crocifisso, Cerami, chiesa del Carmine --- 15. Giovan Battista Mistretta, Crocifisso, 1665, Nicosia, chiesa di San Michele |
Vale la pena qui aggiungere, tra le espressioni più tarde del genere doloroso, "sanguinolento", pintorniano, la segnalazione di quel «Crocefisso così al vivo scolpito, che muove le stesse pietre a pietà», oggi conservato nella chiesa di San Michele di Nicosia, ma proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Gesù dei Riformati di Nicosia, opera siglata alla base della croce: «Giovan Battista Mistretta 1665» (figg. 15-16)7. L'elegante architettura del corpo sdutto, dal fluido disegno del corpo e della muscolatura, del Crocifisso petrino, al di là della ricorrenza degli stessi elementi realistici (come, ad esempio, i segni dei legacci alle caviglie e il rilievo dei tendini del piede, o le tracce dolorose della cruenta flagellazione subita e l'abbondante evidenza del sangue) e di altre analogie iconografiche con il modello pintorniano (simile è la foggia del perizoma, ripiegato e stirato sul davanti, in luogo del rimbocco centrale, con un ricasco drappeggiato laterale che si incartoccia con avvolgimenti tubolari), spinge tuttavia a collocarne l'esecuzione ad un'epoca più avanzata.
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| 16. Giovan Battista Mistretta, Crocifisso (particolare), 1665, Nicosia, chiesa di San Michele |
Si rilevano alcune difformità dal modello, quali il fiotto di sangue che scorre dalla ferita sul costato, qui privo dell'evidenza plastica delle ferite dei Crocifissi pintorniani; o, tra i motivi non immediatamente riconducibili al repertorio di Frate Umile, la forma a pseudo-stella delle larghe ferite diffuse sul corpo; caratteristico è anche il modulo proporzionale allungato della figura.
Le lunghe ciocche dei capelli sono riunite in fasce piacevolmente ondulate, con soluzione di intaglio meno calligrafica, meno sottile della maniera pintorniana, non già sommaria ma semplificata; allo stesso modo i baffi sono dipinti e non scolpiti; singolare è pure il carattere ornamentale dei riccioli della barba divisa sul mento.
Il piano facciale appare stilizzato, dove invece in frate Umile la fisionomia era contrassegnata dai lineamenti idealizzati.
Si coglie, insomma, una più generale mitigazione dell'intaglio realistico (mentre la tonalità livida dell'incarnato è frutto di un intervento successivo) e un processo complessivo di alleggerimento e consentanea riduzione ad un livello superficiale del capitale doloroso dell'immagine originaria.
In conclusione, i caratteri salienti del Crocifisso di Pietraperzia sono, senz'altro riconducibili alla scultura devozionale della metà del Seicento largamente influenzata dalla produzione artistica di Frate Umile, e tuttavia l'impostazione monumentale complessivamente più composta e nei particolari semplificata, concorre a una ipotesi di datazione dell'opera entro l'ultimo quarto del XVII secolo.
Note:
1 Giovanni Pintorno nacque a Petralia Soprana intorno al 1601 — decisivo il rivelo del 1607 che lo dice di sei anni: G. Macaluso, Frate Umile da Petralia Soprana scultore del secolo XVII, in "Archivio Storico Siciliano", s. III, vol. XVII (1967), pp. 160-161, 226-228 — e morì nel 1639, probabilmente a Palermo, all'età di 38 anni. Entrò nell'ordine dei frati francescani Riformati dell'Osservanza nel 1623 ca., assumendo l'appellativo di frate Umile. Cfr. P. Tognoletto, 11 Paradiso serafico del regno di Sicilia..., 2 voll., Palermo, D. D'Anselmo 1,16671,1. Romolo [vol. Il, 1687], 1667-1687, t. Il, pp. 307-309; e, più recentemente, R. La Mattina, E Dell'Utri, Frate Umile da Petralia. "L'arte e il misticismo", Caltanissetta 1986, con bibliografia precedente.
2 Cfr. P. Russo, La scultura in legno..., cit., pp. 211-224.
3 P. Tognoletto, Il Paradiso.. ., cit., p. 308.
4 Relazione critico-storica..., cit., pp. 256 e ss. La cappella fu dotata grazie ai legati perpetui dei coniugi don Michele Cravotta e donna Angela Maria Balistreri,"genitori della vivente Baronessa di Maria di questa". La chiesa fu danneggiati durante il secondo conflitto mondiale e rifatta sotto padre Antonino Marotta con stucchi e pitture murali ad opera della ditta di Giuseppe Emma di San Cataldo. Il convento, requisito nel 1862 dallo Stato e ceduto al Comune, fu restaurato nel 1982.
5 Cfr. R. La Mattina, E Dell'Utri, Frate Umile..., cit., pp. 162-163.
6 P. Russo, Questioni di scultura ligneo meridionale in età moderno: testimonianze, recuperi e acquisizioni culturali nella Sicilia dell'interno, in Studi, Ricerche, Restauri per lo tutela del Patrimonio Culturale Ennese ("Quaderni del patrimonio Culturale Ennese", I, Servizio Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Enna), Palermo 2012, pp. 384-390, con bibliografia precedente alle pp. 397-400.
7 Provenzale, Nicosia Sacra..., cit., p. 25. Nel 1578 i frati dell'Osservanza si erano insediati nel preesistente convento d'antica origine che, dopo un breve periodo di abbandono, su iniziativa della Città veni» «rianimato» e arricchito di «statue e dipinti non dispregevoli»: G. Beritelli, La Via, Notizie storiche. . , cit., p.176. È anche il caso di ricordare come proprio nel convento di Nicosia pare che Frate Umile avesse svolto il suo noviziato.
2 luglio 2018
Invito alla lettura: La ragazza del treno
Quando si inizia a leggere un libro può capitare alle prime pagine che vorresti abbandonarlo. Non ricordo chi tempo fa mi disse: leggi le prime 30 pagine, solo allora ti renderai conto se vale o no la pena di continuare. Di questo romanzo ho avuto questa tentazione, di tralasciarlo, perché mentre leggevo perdevo il “filo” del racconto nel collegamento temporale, narrato dai tre personaggi come in un diario. Subito però, il romanzo ha iniziato ha interessarmi, sia la trama che il profilo psicologico dei personaggi. Tre donne Rachel, Anna e Megan raccontano ognuna dal suo particolare punto di vista, la stessa storia originale, che ci accompagnerà fino al suo epilogo. Rachel e Tom sono due sposi felici. Rachel rimane incinta ma sfortunatamente non riesce a portare a termine la sua gravidanza perdendo il bimbo; sopraffatta dal dolore inizia a bere cadendo nell'alcolismo e nella disperazione. Perde il lavoro, perde se stessa e perde il marito. Tom s’innamorerà di un’altra donna, Anna, si sposeranno e avranno una figlia.Rachel ha lasciato la sua casa e si è trasferita a Ashbury, periferia di Londra, dalla sua amica Cathy, alla quale ha nascosto di avere perso il lavoro. Ogni mattina prende il treno per raggiungere Londra girando a vuoto tutto il giorno. Il treno è sempre affollato di pendolari, ognuno coi propri pensieri, chiacchierano, chi legge il giornale, chi un libro, c’è chi ascolta musica, chi sonnecchia e chi si perde con lo sguardo nel paesaggio. Rachel, estranea a tutti, guarda dal finestrino le case che costeggiano la ferrovia, guarda in particolare la sua casa dove adesso vivono Anna e Tom con la loro bimba. In un terrazzino accanto osserva per giorni una coppia di sposi che si scambiano tenerezze, felici e innamorati, immaginando che la sua vita sarebbe potuta essere perfetta e somigliare a quella coppia.
Una mattina vede la donna sul terrazzo baciarsi con un altro uomo. Il giorno dopo sul terrazzo non c’è più la donna e dai giornali viene a conoscenza della sua scomparsa. il nome è Megan una donna attraente, una vita alle spalle travagliata, irrequieta, sempre alla ricerca di una felicità mai raggiunta. Il marito Scott è tra gli indagati. Rachel va alla polizia e racconta ciò che ha visto dal finestrino (dell'altro uomo) ma non viene creduta, ne tanto meno presa in considerazione, ritenuta poco credibile a causa del suo stato di alcolizzata. Inizia per suo conto a indagare e a scoprire la verità sconvolgente di Megan.
Un romanzo mozzafiato che si legge con la voglia di conoscere subito il finale e solo alla fine sarà chiaro ogni avvenimento. L’autrice tesse un abile labirinto dove ogni sospetto e ogni sospettato si confonde. La vita di tre donne molto diverse, vittime e protagoniste di una storia con un finale, naturalmente, inaspettato.
Lina Viola
31 dicembre 2017
Intervista impossibile a Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Se potessimo ancora parlare con il buon vecchio Principe, cosa gli chiederemmo? Fra il 1974 e il 1975 Radio Rai mandò in onda il programma radiofonico “Le interviste impossibili”: un intervistatore fingeva di dialogare con un uomo del passato, che da un immaginario Aldilà forniva risposte al confine fra il reale e l’esilarante, ma tutte profondamente vere. Ecco, sulla scia di questi Dialoghi, ho risvegliato il nostro amato Principe. E queste sono le parole che ci siamo detti.
V. Salve ...eeehm Principe, Duca, Barone, ecco, non so come chiamarla.
G. Salve a lei signorina. Mah, mi chiami solo Giuseppe. Sa, da questa parte non conta più nessun titolo. Ma mi dica: cosa la porta a varcare il tempo per venire qui a parlare con un vecchio nobile decaduto?
V. Ecco, vorrei parlare con lei del Gattopardo.
G. (Sorride a mezza bocca, fra il divertito e l’amareggiato) Già, che domanda scontata le ho fatto! È l’unica cosa che ho scritto.
V. (Sgrano gli occhi per lo stupore) Primo best seller italiano e oggi tradotto in decine e decine di lingue. Direi che non le è andata poi così male! Ha realizzato il suo sogno, no? (Sorrido) Manzoni lavorò vent’anni ai suoi Promessi sposi, ma se oggi non fosse supportato da decine di pagine sui manuali scolastici e da fior fior di antologie temo che la sua opera verrebbe dimenticata. Lei scrive il suo romanzo in appena due anni, si dilegua prima che venga pubblicato, i manuali le dedicano appena due colonne, eppure riscuote successo.
G. Non esageri, signorina. Manzoni è Manzoni. E poi erano altri tempi...
V. Già. Se Leopardi avesse scritto oggi la sua Ginestra su Facebook, avrebbe ottenuto appena un migliaio di like fra Torre del Greco e Recanati, e il giorno dopo non se ne sarebbe più parlato. Stendiamo un velo pietoso. Mi diceva che i titoli nobiliari nell’Aldilà non hanno più alcun valore, è interessante...
G. Altroché! Non sa che gran sollievo. Tutto il Gattopardo è intriso di quel melenso, struggente, ineluttabile senso della fine. Al tramonto della mia vita scrivevo quelle pagine come uno sventurato che sta per scivolare giù da un precipizio, le parole erano graffi sulla roccia, lasciati dagli artigli di quel Gattopardo. Maestoso. Nobile. Ma destinato a soccombere...
(Si incupisce. Le zampate, gliele vedo ora sulla fronte, fra le sopracciglia aggrottate.)
...poi il fiero felino precipita. Io precipito. E mi sveglio qui. Luce accecante. Strofinai gli occhi e li affondai in un azzurro zaffiro, denso e terso. Dapprima pensai che fosse uno scherzo: pensai di essere resuscitato in Sicilia, in una di quelle giornate primaverili, d’aprile o dicembre che fosse. Trassi un respiro più profondo che mai, come se non ci fossero più i polmoni a confinare l’aria: il tumore mi aveva traghettato qui e m’aveva abbandonato.
V. (Non riesco a trattenere una lacrima che fa capolino nei miei occhi, e cade scorre precipita lungo le guance schiantandosi sul foglio degli appunti, come quel Gattopardo in fondo al precipizio. Mi scuso).
G. Suvvia signorina! È così vulnerabile?! Mantenga il contegno, è un’intervista. Mi sembra proprio come quei siciliani... dai lineamenti severi come il sole di luglio, e poi facili ad abbandonarsi ai sentimenti come le spighe di grano cullate dal vento caldo.
V. Ancora con questo paesaggio? (Tono affettuoso.) Non vorrà farsi rimproverare da Sciascia anche qui.
G. Sciascia, Vittorini, allora agli esordi, avevano solo paura. Temevano che io potessi adombrarli, rubare loro la scena. Ma un astro è un astro. Le stelle in cielo non hanno paura di finire in secondo piano. Sono miliardi e c’è posto per tutte, basta che stiano alla giusta distanza. E io mi allontanai il più possibile: morto! (Ride di gusto) Quando hai qualcosa da dire dillo forte, senza paura che le altre voci si possano sovrapporre alla tua. I messaggi viaggiano ciascuno nella propria orbita, solo così giungono lontano.
V. Mi rincuora. Sa, di questi tempi fra mass media e social network c’è un tale rumore, solo pianeti in collisione. Chissà se avremo lasciato qualcosa o solo mandato l’universo in frantumi...
G. L’universo è in continua espansione, mia cara. Ne so qualcosa di astronomia. Seminate e non preoccupatevi.
V. Avrei qualcosa da chiederle a proposito di quella questione dell’Unità... Adesso che sta da questa parte dove non ci sono più aristocratici né liberali, Borbone né Savoia, può aiutarci a far luce su quegli anni così controversi?
G. Se leggeste il romanzo con la dovuta attenzione ci trovereste tutto. Ecco perché ci tenevo tanto a lasciarvelo! Le immagini, i dialoghi, ogni singolo aggettivo è un saggio storico su quegli anni. Vestito di poesia, certo, ma pur sempre vero. Se avessi solo voluto intonare il canto del cigno della mia classe sociale avrei scritto una poesia, non crede? Vi piace tanto leggere quel dialogo con Chevalley sul sonno e la morte, e tralasciate tutto il resto.
V. È comodo cantare la solita nenia dei siciliani in preda a Morfeo e incapaci di fare. Questo li tiene a bada. È un elegante suggello letterario. Credo che convenga a qualcuno non leggerlo in profondità come meriterebbe. Lei sa bene che l’uscita del suo romanzo scatenò un gran dibattito. Si disse che lei “vituperava la memoria del Risorgimento”.
G. (Ghigna sarcastico) “Vituperare”?! Dovremmo far vituperio di tutta la Storia e riscriverla come si fa con un romanzo, ma da noi stessi! Quella sì sarebbe vera Storia. Più delle storie che ci raccontano con la pretesa che sia verità... Liberarci dallo straniero, volevano! “Ne, Salina, beate quest’uocchie che te vedono”, così il Re aveva accolto il Principe, con un “accento napoletano che sorpassava di gran lunga in sapore quello del ciambellano”. E poi, qual è per un siciliano il concetto di “straniero”? Quindici dominazioni abbiamo avuto, di cui quei diplomatici imbellettati – venuti a proporci di sedere al loro Parlamento, più come un privilegio che come un diritto quale avrebbe dovuto essere – costituiscono l’ultima. Volevano piazzarsi sullo scacchiere politico europeo, ma erano piccoli e fragili. L’Inghilterra accorse in aiuto e lo fece a caro prezzo. Come pagare il debito? Abbassarono gli occhi sui ducati d’oro che riempivano le nostre banche, ecco come! L’Inghilterra pagò quell’uomo di dubbia moralità di Garibaldi che oggi troneggia sulle nostre piazze; pagò le organizzazioni criminali che oggi dilagano come metastasi in questo Stato ammalato, e si fece la conquista.
V. Ci identificano con la Mafia, ma furono le loro esigenze stesse a sancire il patto con lei. Fecero di quelle che erano disorganiche bande criminali, un’organizzazione a tutti gli effetti. Ed ebbero il coraggio di chiamare “briganti” quelli che per anni si ribellarono a quella che era stata solo l’ennesima conquista. Certi giudici e magistrati che muoiono oggi da eroi è lo Stato ad ucciderli, insieme alla Mafia... Però, lei descrive anche un Re “col faccione smorto fra le fedine biondiccie” e dice che la monarchia borbonica era “stomachevole” come il mobilio.
G. Ferdinando era un Re. Aveva proposto lui per primo già nel ’32 una Lega di Stati italiani, ma nel rispetto delle libertà di ognuno di essi. E già alla fine del Settecento suo padre Francesco aveva rifiutato la proposta dei suoi ministri di annettere la marca di Ancona, la Toscana... Non certo il figlio Franceschiello, che era solo un “seminarista vestito da generale”, Ferdinando era un Re e la monarchia era morta insieme a lui. (Indugia pensoso) E alla fine, fatta l’Italia, siete riusciti a fare gli italiani?
V. Macché! Quelli che vollero unirla a tutti i costi dal di fuori, ora sono gli stessi che vogliono tenerla divisa dentro. Partiti, divisionismi, Nord e Sud. Se fosse per loro stessi, gli italiani si amerebbero. Se solo qualcuno non si adoperasse per metterli gli uni contro gli altri... Ma la regola è quella di sempre: divide et impera.
(Lungo silenzio. Gli occhi del Principe sono persi nel vuoto. Trapela inquietudine dall’espressione assorta)
V. Perdoni l’incursione pagana in questo suo tempo sacro, ma sa, oggi è il 31 dicembre. Cosa si sentirebbe di dire in proposito ai suoi lettori?
G. Vivete ogni giorno coscienti, vigili e pieni di propositi come fosse l’ultimo dell’anno. Agite ogni giorno come foste gli ultimi rampolli di una casata in estinzione, come aristocratici in declino. Alla fine restano solo le opere, materiali o scritte che siano.
Mi scusi, ora devo lasciarla. Mi chiamano. (Sorride. Si alza)
VOCE FUORI CAMPO Fabrizio! Fabrizio!
(Riconosco la voce inconfondibile di Mariannina, che squarcia come un lampo il velo del silenzio. Popolana, vigorosa e squillante. Sbatto le palpebre. Mi perdo nell’azzurro di due occhi che mi fissano fieri e benevoli. Il volto illuminato dal bianco abbagliante di una cravatta dal nodo perfetto. La figura possente si volta portando con sé il suo sorriso, e si perde anche lei nell’azzurro. Immobile. Non scorgo più nulla. Solo qualcosa che scodinzola pettinando la luce. Il Principe si allontana col fedele compagno ancora al suo fianco, ingoiato dalla luce).
Valeria Bongiovanni
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